L'ipogeo
(con M. Sofia Casnedi)
Lecce, 2004

Un intrico fitto fitto di rughe sottili, sullo sfondo d’una pelle d’un bianco lunare. Come una distesa di neve, appena ingiallita da un alito caldo di vento, e solcata dalle tracce lasciate da innumerevoli sci, trascorsi là sopra da tempo, dopo l’ultima nevicata, della quale chi scrive non conserva memoria. Rughe, o anche cicatrici, riassorbite dal passare degli anni: era anche questa l’idea un po’ bizzarra che mi venivo facendo di esse. Era il volto della signorina - o signora? - T. S.  La nobiltà dei suoi tratti era messa in rilievo dal nastrino di velluto, nero naturalmente, che recingeva il suo collo, a dividere la nobile e fiera testina dalle basse necessità delle parti inferiori. E poi il suo profumo, appena avvertibile  e però ben presente, parte essenziale di lei: muschio, con sentore lieve di rosa e di ciclamino.

La sua bocca si distese in quello che in altri tempi sarebbe stato un sorriso.

- Venga avanti, signore. La stavo aspettando. Con una certa impazienza, confesso...

- Impazienza, perché? Non c’è mai troppa fretta per questo tipo d’incontri. Almeno nel suo caso, direi.

Sapevo che le sue condizioni erano più che discrete. Non era di quelle anziane signore costrette a disfarsi, per sopravvivere, dei resti dell’antica prosperità. E per tirare avanti, oltre a tutto, doveva bastargli ben poco: qualche granello di miglio, il cibo sicuramente più adatto per sfamare quell’uccellino implume che era.

- Ho fretta, tantissima fretta di venderlo. Non me lo posso più vedere davanti. E’ questo, lo vuole capire?, il problema.

Dicendo questo affrettava il passo, per giungere al più presto al nodo della questione. Quanto prima possibile, voglio dire. E mi accorgo, scrivendo, che parlando di passi non ho neppure reso l’idea quanto fosse lieve e impalpabile il suo muoversi attraverso il succedersi delle stanze. Non camminava, mi viene fatto di annotare riandando a quel nostro incontro. L’espressione più appropriata sarebbe: volava.

 

Era un mobile massiccio di quercia, dalle venature sottili sul bruno. Un mobile di eccellente fattura, dal quale, a occhio e croce, poter ricavare parecchio
 

 

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