Agnusdei
Milano, 1968
 

“Pastore, figlio di pastori”. È la loro maniera di definirmi,  branco di sporchi bastardi. Una vile menzogna, che non metterebbe conto di confutare, se la dimostrazione del falso non valesse a far risaltare la grettezza, l’invidia nutrita nei miei confronti, so perfettamente da chi, potrei snocciolare una sfilza d’insospettabili nomi.

Prima ancora di controbattere, mi preme però di chiarire che non nutro il minimo disprezzo per i miei amici pastori. Se mio padre fosse stato uno di loro, ostenterei con orgoglio una simile origine; la proclamerei il blasone d’una nobiltà non inferiore a nessuna.

Ma non è così. È la verità, questa principalmente che mi sta a cuore. È la verità che mi accingo a riferire, senza abbellimenti, senza mai usare, spero, avverbi inutili, del tipo “fortunatamente” o “purtroppo”.

Sono nato dunque a X, una piccola e insignificante frazione di Abbadia San Salvatore, paese sul monte Amiata. terra di miniere, di pascoli, di castagni, e abbondante di molte specie  di selvaggina; patria di nomadi, di minatori e di sovversivi. È la prima e sola verità contenuta nelle calunnie dei miei avversari. Da questa gente aspra, diffidente, alterissima, ho derivato alcuni lati del mio carattere: la sicurezza di me stesso, la forza d’animo, quella che spesso viene definita la mia faziosità, ed anche la mia cattiveria. Questo, e pochissimo altro.

 

 

 

“Pastore, figlio di pastori”
È la loro maniera di definirmi,  branco di sporchi bastardi.
 

 

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