Pillole
(con Andrea Barbaranelli, M. Sofia Casnedi e Irio O. Fantini)
Roma, 2006
 

S A L A  D’ A T T E S A

 

        Un piccolo colpo di fortuna, come succede di rado. La sala è vuota, sarò il primo ad essere ricevuto. Potrò descrivere in assoluta tranquillità, per esteso, i tanti malanni da cui sono afflitto. Malanni? Piccoli fastidi, diciamo; sensazioni moleste che dal lato clinico, con ogni probabilità, non rivestono nessuna importanza. Ma, terminato il colloquio, o sia pure una visitina sommaria, mi sentirò più tranquillo. Problema risolto, senza attese snervanti. Come si dice, in un amen.

        E invece l’attesa c’è, a non finire. Non si capisce perché. La sala è deserta, non passa un’anima viva: né un paziente né un’infermiera.

        Ma poi mi accorgo di un pulsantino a lato d’una porta che dà, suppongo, nello studio del professore. Un citofono, certamente. Col cartellino di fianco che dice ben chiaro: “Annunciarsi”. Non essermi dato conto, animale!

        Premo il pulsante, e subito mi risponde una voce roca, dalle risonanze metalliche. Non il professore, ci mancherebbe. Con ogni probabilità un suo assistente.

        - Desidera?

        - Farmi visitare dal professore.

        - Guardi, non è possibile.

        - Come sarebbe? Non c’è nessun altro qui in sala.

        - Lo so. E il professore neppure.

        - E' in vacanza?

La mia voce è fra il sospettoso e l’ironico.

        - Una lunga, lunga vacanza.

        Una pausa, forse per prepararmi all’epilogo inaspettato.

        - Il professore è morto.

        - Mi spiace, davvero mi spiace - sconcertato balbetto.

        - Non mi sembra poi il caso. Sono passati dieci anni.

        - E lei ha preso il suo posto?

        - Ero un suo buon vicino. Mi sento in un certo senso impegnato ad avvisare i clienti. Che sono per la verità sempre meno.

        - E così, tutto il tempo...

        - Il tempo non ha nessun senso per me.

        Poi, in tono confidenziale.

        - Sa, sono morto anch’io, non so se mi spiego.

        A questo punto mi assale un’incontenibile ira. Mi sento preso in giro, gabbato: una marionetta manovrata e guidata da un puparo invisibile. A sua imperscrutabile decisione.

        - E adesso secondo lei cosa faccio? Due ore d’attesa e anche più. Con quale risultato? Un bel nulla.

        La voce del mio interlocutore risuona piana, distesa.

        - Un bel nulla: ci è arrivato, alla fine.

        - Ma non è possibile, dico!

        - E’ lei che l’ha detto. Morto lui, il professore, e morto io, che faccio del mio meglio per avvertire i clienti. Come mi sto sforzando di fare anche con lei. Di spiegarle...

        - Spiegarmi che cosa? - urlo fuori di me.

        - Che, purtroppo, è morto anche lei.

        Una pausa, un’interminabile pausa.

        - Dica la verità: non l’aveva capito.

 

- Dica la verità: non l’aveva capito.

 

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