I silenzi di Joe
Roma, 2007

Un ebreo tutto d’un pezzo, il vecchio Sam. Con idee sue personali, ma, guardando al sodo, abbastanza fedele alle tradizioni.  Non a tutte, intendiamoci. Ma, al giorno d’oggi, uno, e anche Lui, deve farsene una ragione. Sempre meglio di niente: un vecchio modo di dire, che è poi una gran verità.

Tanto per cominciare: la faccenda del Nome. Quattro lettere, e però impronunciabili, anche perché, onestamente, la giusta maniera di sillabarle non la conosce nessuno, e tanto meno quei sapientoni che sanno tutto di tutto (quanto ai nostri rabbini, e si capisce, non fanno neppure la prova).

Abbastanza spesso è chiamato Adonai, che viene a dire: il mio signore e padrone. Ma a Sam piace poco, gli sa tanto di “monsignore”, o qualcosa del genere.

Quanto ai suoi correligionari più intransigenti, dicono Adoshem, che sarebbe poi “il signor Nome”: altro giro di frase che gli risulta lezioso e provocatorio.

Lui invece lo chiama Joe,  che è quasi lo stesso, ma gli rende l’approccio meno difficile. Perché a Sam piace molto conversare con lui. E anche litigare, se è il caso. Il vecchio Sam e il vecchio Joe: naturalmente con le distanze dovute. Sam domanda e Joe gli risponde. In che modo? Già dal primo momento sul modo si sono messi d’accordo. Se Joe resta in silenzio vuole dire che non ha niente in contrario. Che non ha obiezioni da fargli. Un patto stabilito da molto tempo. Non è mai accaduto, finora, che Joe gli abbia detto: No, Sam, questa volta ti sbagli. Ragioniamone insieme.

 

Abbastanza spesso è chiamato Adonai, che viene a dire: il mio signore e padrone
Lui invece lo chiama Joe
 

 

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